Dina è legata a uno dei periodi più belli della mia vita, quando il fermento della creatività invadeva le giornate e le riempiva di stimoli, scoperte, realizzazioni. A Milano stava nascendo la moda italiana e in tutta la città si respirava l’atmosfera elettrica e vitale della ricerca del nuovo. La sera ci si ritrovava al Nepentha, per parlare di progetti, non per ballare o bere champagne. C’erano Ferré, un timidissimo Versace. E c’era sempre anche lei, la Dina dai capelli rosso fuoco, con la parlata emiliana e le idee che facevano le bollicine. Già allora un’artista, non solo perché scriveva poesie, ma perché lavorava sui capelli come un pittore sulla tela. Il suo spazio in via della Spiga era come un laboratorio rinascimentale dove si sperimentava la creatività e dove si camminava su un pavimento straordinario che riproduceva la sensazione e i colori dell’acqua.
Per me, quello spazio è collegato a un ricordo olfattivo, il profumo di spezie che si sentiva ancor prima di salire in ascensore, non quell’odore di bruciaticcio misto all’alcol delle lozioni tipico dei saloni di parrucchiere. Lei era un’igienista, usava solo prodotti naturali, consegnava a ogni cliente una spazzola sterilizzata e, quando uscivi, ti sentivi i capelli leggeri e freschi come quando eri bambino. Ritornavo davvero a una sensazione d’infanzia, come quella di quando mio padre, per insegnarmi a nuotare, mi buttava nel Naviglio all’altezza di Corsico e poi mi seguiva in bicicletta lungo le rive, fino alla Darsena. Una cosa impensabile oggi, ma allora le acque erano limpide, piene di pesci e di alghe trasparenti.
Per la Dina litigavo con Aldo Coppola, l’altro «artista dei capelli» degli anni Settanta, che non si spiegava perché non andassi da lui. Ma con la Dina c’era un’intesa professionale molto intensa, lavoravamo anche di domenica alle foto dei servizi per le riviste di moda, non avevamo orari. Lei, poi, era l’unica che riusciva a pettinare le fotomodelle sotto il getto d’aria dei ventilatori che usavo per dare movimento alle chiome. Non so come facesse, girava il pollice sulla spazzola rotonda e, come per magia, la pettinatura resisteva al vento. Era fantasiosa e determinata, la Dina. Capace di passare ore in biblioteca per studiare le acconciature storiche ed essere pronta a darmi gli elementi che mi servivano per le immagini che volevo realizzare. Amava soprattutto decorare i capelli con i fiori, come si può vedere in una delle foto esposte nella mostra del 2007 che Palazzo Reale ha dedicato al mio lavoro.
Dina ha sempre puntato sulla bellezza e questo tratto comune del nostro carattere ha mantenuto nel tempo la nostra amicizia, anche quando le nostre strade professionali ci hanno portato lontano.
Ma ancora, appena torno a Milano dai miei viaggi, vado da lei per farmi sistemare i capelli. E la trovo entusiasta e agguerrita come sempre, innamorata del suo lavoro, proiettata sul futuro alla ricerca di tecniche sempre più all’avanguardia. Una specie di Statua della Libertà che porta avanti la sua fiaccola senza preoccuparsi se dietro di lei c’è qualcuno che la segue. Il suo libro la farà conoscere a tanti che non hanno avuto prima questo privilegio e, spero, li invoglierà a prendersi cura in modo nuovo di quella incomparabile cornice del volto che sono i capelli.
